Come sta affrontando la Cina la sfida ambientale?

William Vidoni

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Ieri, 22 aprile, si celebrava l’Earth Day arrivata alla sua 50esima edizione. 

Una giornata nata prevalentemente come lotta all’inquinamento ambientale e la salvaguardia del nostro pianeta. 

Quest’anno cade in un momento storico molto delicato per l’esistenza umana, la quarantena estesa ormai a livello mondiale ha solo ridotto temporaneamente le emissioni di gas serra. 

Quindi ci siamo chiesti quale fosse il rapporto tra la Cina e l’ambiente.

Abbiamo visto recentemente gli scatti forniti dai satelliti della NASA. Sono diventati subito virali le immagini in cui si vedeva la differenza di inquinamento atmosferico tra prima e dopo il lockdown imposto dal governo cinese. Testimonianza condivisa anche dai cittadini delle grandi metropoli come Pechino, che hanno potuto godere dalle proprie finestre il colore azzurro del cielo (finalmente) libero dallo smog.

Il cielo azzurro di Pechino
Foto di: Yolanda Sun

La Cina è dipinta spesso come il personaggio cattivo nella lotta globale contro il cambiamento climatico. Il paese più popoloso al mondo è anche il più grande produttore di gas serra, che ogni anno brucia la metà delle riserve mondiali di carbone. Il nostro pianeta ha avuto un aumento dello 0,6% delle emissioni di CO2 nel 2019; senza i dati della Cina, avrebbe avuto una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente.

Eppure, come Paese, anche la Cina ha fatto passi avanti verso la sostenibilità. Pur essendo il più grande consumatore di carbone, è al contempo il più grande promotore di energie rinnovabili al mondo. In risposta al ritiro degli Stati Uniti, sotto la guida del presidente Donald Trump, dall’accordo di Parigi, che mira a limitare le emissioni globali di carbonio, la Cina ha espresso un rinnovato impegno a lavorare con gli altri paesi per trovare soluzioni per il clima.

“La lotta al cambiamento climatico è un impegno globale. Non è stato inventato dalla Cina. Ci rendiamo conto che si tratta di un accordo globale di intesa. In quanto grande nazione in via di sviluppo, dovremmo assumerci la nostra responsabilità internazionale”.

Ha detto il Premier Li Keqiang nel 2017.

Quindi, cosa sta facendo esattamente la Cina per proteggere il suo e il nostro ambiente? E in che misura questi sforzi hanno un impatto?

Il risanamento della qualità dell’aria

Gli anni della cosiddetta “airpocalypse” della Cina sono probabilmente responsabili di aver messo i leader del paese in una posizione di responsabilità nell’affrontare in modo più aggressivo il cambiamento climatico all’inizio degli anni ’20.

Nel gennaio 2013, città come Pechino e Shanghai sono state colpite da un lungo periodo di smog. I livelli di inquinamento erano fino a 30 volte superiori a quelli ritenuti sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo un sondaggio del 2017 del China Center for Climate Change Communication, l’inquinamento atmosferico era il rischio climatico che più preoccupava le persone che vivevano in Cina. Uno studio dell’Università cinese di Hong Kong ha scoperto che l’inquinamento atmosferico uccide ogni anno oltre 1,1 milioni di persone in Cina. 

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Un momento chiave nel dialogo sul clima è arrivato subito dopo: quando la giornalista della China Central Television Chai Jing ha prodotto Under the Dome nel 2015. Un film documentario che ha illustrato l’entità dell’inquinamento atmosferico e degli sforzi di contenimento della Cina. Il film ha ottenuto oltre 150 milioni di visualizzazioni in tre giorni, ed è stato addirittura promosso dal governo prima di essere censurato.

L'aria inquinata di Shanghai
Foto di: Ralf Leineweber

Ma il governo centrale cinese aveva già iniziato a prendere provvedimenti poco dopo il “airpocalypse” del 2013, pubblicando il Piano d’azione sull’inquinamento dell’aria nel settembre di quell’anno. Il piano individuava nel settore industriale il principale responsabile delle emissioni inquinanti e richiedeva alle grandi città di ridurre il PM2,5, un particolato e un inquinante atmosferico, fino al 33% entro il 2017. Con il persistere dell’inquinamento, la Cina ha poi stabilito un piano d’azione triennale più aggressivo, che prevedeva che entro il 2020 ogni città cinese avrebbe ridotto i livelli di PM2,5 di almeno il 18% rispetto ai livelli del 2015.

Il Paese ha anche sviluppato modi più sperimentali per affrontare l’inquinamento atmosferico. Nel 2018, la città di Xi’an, nella Cina settentrionale, ha costruito quello che si ritiene essere il più grande depuratore d’aria del mondo. La torre è alta più di 100 metri e produce oltre 10 milioni di metri cubi di aria pulita al giorno.

Pechino si è impegnata a ridurre drasticamente l’uso del carbone, una delle principali cause di emissioni di gas serra. Tuttavia, gli esperti ambientali sono preoccupati ora che alcune province hanno ripreso a costruire impianti a carbone a livello nazionale nell’interesse del potenziamento delle infrastrutture. Inoltre, il governo centrale ha continuato a finanziare progetti per il carbone all’estero, facendo sembrare contraddittoria la loro posizione antinquinamento.

Il movimento elettrico

Nelle città più grandi della Cina, i trasporti sono diventati un’altra massiccia fonte di inquinamento atmosferico. Negli ultimi anni, la Cina ha emanato una serie di norme sempre più severe sulle emissioni dei veicoli, che hanno limitato le auto in circolazione.

Il dragone è anche il più grande acquirente e produttore di veicoli elettrici, con la metà delle vendite globali nel 2018. Ma questo numero è diminuito l’anno successivo, quando il governo ha eliminato diversi sussidi ed esenzioni fiscali per l’acquisto di veicoli elettrici.

Trasporti pubblici nelle metropoli cinesi
Foto di: Salih Su

La Cina ha avuto più successo con gli autobus elettrici. Nel 2018, 421.000 dei 425.000 autobus elettrici del mondo si trovavano in Cina. (ogni 1.000 e-bus, Bloomberg stima che la domanda globale di carburante cala di 500 barili al giorno). Anche la città di Shenzhen ha stabilito un record mondiale diventando la prima città a rendere tutti i suoi autobus completamente elettrici. I sussidi governativi sono stati un’enorme incentivo per questo cambiamento, dato che gli autobus elettrici costano da due a quattro volte in più rispetto a quelli diesel.

Dal 2016, ogni e-bus di Shenzhen ha fatto guadagnare alla città 150.000 USD, più della metà del prezzo iniziale dell’autobus. Gli operatori di autobus hanno anche lavorato con quelli che costruiscono infrastrutture per installare stazioni di ricarica lungo la maggior parte delle linee di autobus.

I rifiuti

I rifiuti sono un aspetto spesso trascurato dell’inquinamento, ma è un problema con cui la Cina ha avuto serie difficoltà. La più grande discarica del Paese nella provincia dello Shaanxi, con una capacità di oltre 34 milioni di metri cubi, si è riempita 25 anni prima del previsto.

Dopo aver raccolto 215 milioni di tonnellate di rifiuti solo nel 2017, la Cina ha adottato misure drastiche vietando l’importazione di rifiuti in plastica da altri Paesi nello stesso anno. Ha creato una crisi per i Paesi che dipendono dall’esportazione di rifiuti, come gli Stati Uniti, ma è stato anche un campanello d’allarme in tutto il mondo per ridurre l’uso della plastica.

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Bottiglia di plastica lasciata nello  stagno
Foto di: Lennard Kollossa

Anche la Cina ha aumentato gli sforzi per gestire la sua crisi interna dei rifiuti. Dopo che città prescelte come Shanghai, hanno implementato rigide regole di differenziazione dei rifiuti per migliorare il riciclaggio. Quest’anno il governo centrale del Paese ha pubblicato un piano per vietare la plastica monouso. Tra le altre cose, il piano prevede che i sacchetti di plastica saranno banditi dalle principali città nel 2020 e da tutte le altre città entro il 2022.

Le aree verdi

Mentre la Cina si è urbanizzata e industrializzata a una velocità vertiginosa, con circa 850 milioni di persone che, secondo le stime, sono uscite dalla povertà a partire dagli anni Settanta. L’ambiente ha subito un duro colpo. La superficie forestale nazionale è scesa al di sotto del 10% e oltre il 25% del paese è stato abbamdonato alla fine degli anni ’90. La siccità del fiume Giallo del 1997 ha causa danni alla provincia dello Shandong, per circa 13,5 miliardi di RMB. Nel 1998 il fiume Yangtze ha subito la peggiore inondazione del paese da mezzo secolo a questa parte.

Panoramica risaia cinese
Foto di: Anna Coco

Poco dopo è arrivato il più recente movimento per la sostenibilità del Paese. Dal 1998 al 2015, il Paese ha investito oltre 350 miliardi di dollari in programmi di sostenibilità focalizzati principalmente sul rinnovamento ecologico. Questo includeva la riduzione dell’erosione e delle inondazioni nei fiumi, la riduzione della desertificazione, la conservazione delle foreste e l’aumento della produttività agricola.

Il rinnovamento delle aree forestali

Grain for Green, un programma lanciato nel 1999 per ridurre le inondazioni e l’erosione del suolo nei terreni agricoli degradati, sarebbe una delle più grandi iniziative di questo tipo in Cina, coinvolgendo fino ad oggi oltre 124 milioni di persone.

Oggi, il 40% della popolazione cinese è di origine rurale, e il degradamento del suolo colpisce in modo esagerato i poveri delle aree rurali. 

Grain for Green paga i contadini per piantare alberi sulle loro proprietà e dona terreni degradati alle famiglie rurali per il ripristino. Nel 2018 la Cina ha inviato 60.000 soldati nelle sue campagne per piantare alberi a sufficienza a coprire la superficie dell’Irlanda. Il programma si è rivelato particolarmente significativo in quanto evidenzia come la riduzione della povertà rimanga in prima linea nella spinta della Cina verso la sostenibilità. Oppure che la riduzione della povertà non deve necessariamente avvenire a spese dell’ambiente, come è avvenuto nel passato del Paese.

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Foresta di bambù
Foto di: Bence Balla-Schottner

Il programma “The Three-North Shelterbelt” è un altro programma governativo altrettanto ambizioso, iniziato nel 1978 e che punta al completamento nel 2050. Il programma pianterà alberi lungo i 2.800 km di terreno che si affacciano sul deserto del Gobi, nel tentativo di evitare che il terreno circostante diventi più arido. Da allora è diventata nota come la “Grande Muraglia Verde”: fino al 2017 sono stati piantati 66 miliardi di alberi.

Il governo non è stato il soli a intervenire per altri alberi. Ant, la società bancaria del gigante tecnologico Alibaba, ha rilasciato un’applicazione chiamata Ant Forest nel 2016. L’app incoraggia gli utenti a documentare le azioni che promuovono una bassa emissione di anidride carbonica, come l’utilizzo dei trasporti pubblici o il riciclo dei rifiuti. 

Vengono assegnati dei punti per ogni azione e, con un numero sufficiente di punti, Ant pianta un albero. L’anno scorso, secondo i dati di Alibaba, 500 milioni di utenti hanno contribuito a 122 milioni di alberi piantati. Riducendo le emissioni di carbonio di circa 7,9 milioni di tonnellate.

Tutto sommato, questi sforzi hanno prodotto risultati incoraggianti. Le riserve forestali sono aumentate di 4,56 miliardi di metri cubi dal 2005 al 2018.

La resilienza dell’architettura urbana

Il ripristino ambientale passa da misure preventive contro il cambiamento climatico, ma è altrettanto importante prepararsi ad esso. 

Il cambiamento climatico porta con sé condizioni climatiche estreme, dai monsoni alla siccità, alle ondate di calore. Lo sviluppo urbano ha causato più del doppio delle inondazioni dal 2008. Come ci si adatta a questo? 

Il dottor Yu Kongjian, rinomato architetto paesaggista e professore all’Università di Pechino, suggerisce come soluzione le “città spugna”. Ispirato dalle antiche strategie agricole cinesi, i suoi metodi innovativi mirano a catturare e riutilizzare l’acqua proteggendola dalle inondazioni. Queste città utilizzano materiali leggeri per assorbire e riutilizzare l’acqua per qualsiasi esigenza, dall’irrigazione alla pulizia dei pavimenti.

Un parco nel centro della città di Hong Kong
Foto di: Senor Sosa

Nel 2015, la Cina ha designato 30 città, tra cui Shanghai, Pechino e Wuhan, che integreranno il modello della “città spugna” nella loro programmazione urbana. Entro la fine del 2020 almeno un quinto dei loro terreni dovrebbe includere tali caratteristiche, come l’utilizzo di fosse livellari o i giardini pluviali, entro la fine del 2020. Catturando l’attenzione di Stati Uniti, Russia e Indonesia interessati a studiare le “città spugne” per gli anni avvenire.

La riduzione dell’anidride carbonica

In questo momento la Cina è sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi climatici fissati dall’accordo di Parigi. Questi includono il raggiungimento del 20% di energia rinnovabile su tutta la fornitura energetica, la riduzione dell’intensità di carbonio del 65% rispetto ai livelli del 2005 e il picco delle emissioni di carbonio nel 2030.

La Cina ha annunciato i piani per un sistema nazionale di scambio di quote di emissione nel 2017. Creando un mercato per le aziende che acquistano e vendono le loro quote di emissione di anidride carbonica. Il sistema porrebbe anche un limite complessivo alle emissioni di ogni azienda, incentivando le aziende a ridurle.

Una ragazza guarda il panorama di una città ricoperta dallo smog
Foto di: Henk Mul

L’effettiva attuazione è stata continuamente ritardata a causa di problemi di trasparenza, anche se un funzionario ha annunciato (si spera) che entro quest’anno ci sarà una svolta. Se così fosse, sarebbe una grande mossa per la Cina ridurre le sue emissioni annuali di carbonio di circa 12,3 miliardi di tonnellate. Il sistema sarebbe il più grande mercato del carbonio del mondo, un sistema già utilizzato in California e dall’UE.

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Le città di bambù sono un’altra idea che sembra futuristicamente di stampo fantascientifico. Il settore delle costruzioni ha un grave impatto sull’ambiente, specialmente attraverso la creazione di materiali come l’acciaio e il cemento. Penda è uno studio di architettura con sede a Pechino e Vienna che sostiene l’alternativa del bambù. Loro, ed entità come INBAR (la rete internazionale per il bambù e Rattan), sostengono che il bambù genera più ossigeno di altre piante. Assorbendo quantità simili di anidride carbonica, ed è da due a tre volte più forte delle travi in acciaio. Penda ha descritto il bambù come “materiale di provenienza locale con le più basse emissioni di carbonio”, rendendolo ideale per una città in rapida espansione.

Energia rinnovabile

Anche la Cina si è posta l’obiettivo di passare all’energia verde. Attualmente ha uno dei più alti tassi di investimento nelle energie rinnovabili a livello internazionale. Secondo un rapporto della Geopolitica della Trasformazione Energetica, è leader nella produzione di pannelli solari, veicoli elettrici, turbine eoliche e brevetti per le energie rinnovabili.

Questo investimento porta anche a metodi non ancora in uso. L’anno scorso nel Sichuan, un team di scienziati ha iniziato a testare un “sole artificiale” per la ricerca sulla fusione nucleare. In definitiva, l’obiettivo è quello di capire meglio come generare energia pulita, e fornire elettricità a milioni di persone nelle aree rurali della Cina.

In effetti, le fonti di energia verde come l’energia solare sono già abbondanti sia nelle aree urbane che in quelle rurali. C’è così tanta energia solare, infatti, che in centinaia di città cinesi è attualmente più economica dell’elettricità. Entro il 2024, si prevede che la Cina avrà il maggior numero di pannelli solari al mondo – oltre il doppio di quelli degli Stati Uniti. La Cina è anche la patria del più grande impianto solare del mondo, situato nel deserto di Tengger, così come molti altri mega-impianti sparsi in tutto il paese.

Pale eoliche in un campo
Foto di: Thomas Richter

La visione politica

Alcuni, tuttavia, hanno una visione più cinica del coinvolgimento internazionale della Cina nella sostenibilità. Nobuo Tanaka, ex direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, ha affermato che i loro sforzi sono spesso sottovalutati dalla strategia geopolitica della Cina.

In particolare, sono emerse preoccupazioni per la Chinese Belt and Road Initiative (BRI), una serie di progetti di sviluppo che si estendono dall’Asia all’Africa all’Europa. Da quando la BRI è stata annunciata nel 2013, 71 Paesi vi hanno aderito. È stato definito un complotto per sfruttare il soft power, oltre che una “trappola del debito”, in cui la Cina concede ai Paesi prestiti che non possono rimborsare.

La Cina ha respinto le accuse e il presidente Xi Jinping ha espresso il suo impegno a favore di un BRI rispettoso dell’ambiente. L’azienda cinese di energie rinnovabili Chint Solar è stata tra le altre 11 aziende internazionali ad aiutare a costruire Benban, un impianto solare in Egitto così massiccio da essere visibile dallo spazio. Anche la China Development Bank e la China Export-Import Bank hanno contribuito a coprire l’85% dei costi per la costruzione del più grande impianto solare del Sud America. Entrambi sono stati etichettati come iniziative BRI. E nel 2017, il 30% degli impianti ad energia solare costruiti dalla Cina sono stati costruiti all’estero.

Possiamo aspettarci maggiori polemiche e critiche, dato che la Cina continua a sviluppare una presenza internazionale nel campo della sostenibilità. Tuttavia, come minimo, possiamo anche riconoscere la serietà della Cina nei suoi sforzi per combattere il cambiamento climatico. 

Fonte: https://radiichina.com/

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